Rebecca Corsi (res. Marketing): “Voglio lo stadio per stare 10 anni in serie A”

Rebecca Corsi (res. Marketing): “Voglio lo stadio per stare 10 anni in serie A”

Vi proponiamo questa bella intervista uscita questa mattina sul quotidiano “Il Corriere Fiorentino” realizzato dalla collega ed amica Michela Lanza. La responsabile marketing Rebecca Corsi si è cosi raccontata…   «Mi sento una privilegiata e non perché ho il babbo presidente, ma perché

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Vi proponiamo questa bella intervista uscita questa mattina sul quotidiano “Il Corriere Fiorentino” realizzato dalla collega ed amica Michela Lanza. La responsabile marketing Rebecca Corsi si è cosi raccontata…   rebecca corsi«Mi sento una privilegiata e non perché ho il babbo presidente, ma perché faccio il lavoro che mi piace». Si presenta così Rebecca, davanti ad una tazza di tè: «Non nascondo che con mio padre ho un rapporto abbastanza conflittuale, di amore e odio. Per me il suo giudizio è importante, mi ha sempre spinto a essere umile, nella vita e nella professione. Fin da bambina, vivendo in una cittadina piccola, mi sentivo dire che ero “Rebecca la figlia del Presidente”, come fosse un’unica parola. E allora mio padre e mia madre mi hanno insegnato a non ostentare, a tenere un profilo basso». E quegli insegnamenti li ha portati con sé. Adesso è una donna e da circa due anni è Responsabile Marketing dell’Empoli: «Concluso il percorso di studi, sono andata prima a fare uno stage in un’agenzia di comunicazioni, poi a lavorare da mio padre in azienda, però non facevamo altro che litigare e, dopo pochi mesi, ho preferito lasciar perdere. Il babbo di indole è un buono, ma è anche un istintivo e quando ha da dirti le cose lo fa in maniera molto diretta. Soprattutto con me che sono la figlia. Saper spiegare una professione non è una cosa che sanno fare tutti, bisogna avere un po’ di pazienza, saper aspettare. Invece lui pretendeva che io facessi delle cose che solitamente si imparano col tempo. Insomma, il babbo non sa insegnare ma standogli accanto assimili le sue capacità».   Oggi Rebecca è contenta e da donna ambiziosa svela i suoi obiettivi: «Vorrei che l’Empoli stesse dieci anni in serie A, che la società crescesse e non commettesse gli errori di gestione fatti in passato. Vorrei che non succedesse più, per esempio, di arrivare alla fine di una stagione con l’ansia di dover vendere a tutti i costi un giocatore. Oppure di stare lì ad aspettare per vedere se ti salvi o no. So qual è la nostra dimensione, ma lavorerò perché l’Empoli rimanga un’eccellenza a lungo». E in questo cammino il nuovo stadio diventa tappa fondamentale: «Stiamo aspettando le risposte del Comune, la situazione comunque va avanti. Ci sono stati presentazioni di progetti ufficiali, studi di fattibilità, incontri che hanno permesso un confronto più maturo. Una cosa è certa, lo stadio lo voglio: mi auguro rifacendo il Castellani. Per stare dieci anni in serie A, non possiamo farne a meno». Dalla gestione della società al campo. E non può mancare un pensiero per l’uomo del momento, Marco Giampaolo: «Un allenatore che si è messo a disposizione di società e squadra. Con lui bastano poche parole per capirsi, talvolta solo uno sguardo. Ed ha una cosa che hanno in pochi: il rispetto per il lavoro degli altri. Lui, a differenza di alcuni suoi colleghi, capisce l’importanza che ha oggi la comunicazione nel mondo del calcio».   Sa quello che vuole, Rebecca: «Per una donna, imporsi in un ambiente così maschile e spesso maschilista è difficile. Almeno per le persone sensibili come me. Sono molto critica con me stessa, ho bisogno di sentirmi gratificata. Però in questi due anni ho tirato la forza, anche se quando mi devo scontrare con delle persone, la lacrimuccia di rabbia pronta ad uscire c’è sempre. Quindi devo migliorare, devo avere la forza di tener testa a tutti. E a volte è frustrante, perché ci sono persone che vanno oltre e perché all’ignoranza non c’è mai limite». Poi riflette sull’affermazione della figura femminile nell’ambiente del calcio: «Non è stata una cavalcata naturale. Ci sono volute le figlie di Sensi e Berlusconi per far sì che il ruolo della donna nel calcio venisse accettato, e cioè figlie di persone autorevoli, con un’esperienza precisa e un potere non indifferente. E questo dispiace, perché autorizzi la gente a pensare che solo i cosiddetti “figli di papà” fanno strada. Si spera che col tempo si riesca a capire che non c’è distinzione tra uomo e donna». Sulla figlia di Berlusconi: «Non la conosco personalmente, ma immagino che alla base del suo lavoro ci sia la passione, che poi è la stessa cosa che ha portato me a essere dove sono – e sottolineo ancora che mi ci sono messa, non mi ci hanno messo. Barbara mi dà l’idea di essere una donna che sa quello che dice e quello che vuole».   Rebecca ha già ben chiari i meccanismi del calcio: «Se vale ancora la stretta di mano? Recentemente ho visto il film “The Art of the Steal” e ad un certo punto c’è una battuta che dice: “La stretta di mano di un bugiardo non vale neanche se messa per iscritto”». Ma non nasconde le sue fragilità: «Questo mio aspetto da bambina porta a farmi voler bene da tante persone. A volte non ho la testardaggine di andare a imporre le mie idee per il ruolo che ho». E il rapporto con la squadra? «È fraterno – risponde – in particolare con Maccarone, che considero parte integrante della famiglia». La sua vita privata è fatta di piccole cose: adora il mare, ama passare il tempo libro con i suoi due cani (Selvaggia e Battista) e il posto preferito per rilassarsi è il divano, soprattutto d’inverno. Qualche volta, poi, con un po’ di malinconia, ripensa a quando era più piccola: «Avendo i genitori separati, i ricordi di bambina che porto nel cuore, sono quelli legati a loro due insieme».

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