Riccardo Saponara si racconta sulla “Gazzetta”

Riccardo Saponara si racconta sulla “Gazzetta”

Sulla “Gazzetta dello Sport” di oggi una lunga e bella intervista realizzata con il nostro Riccardo Saponara. Una panoramica a tutto tondo di uno dei giocatori simbolo dell’Empoli che si mette a nudo in diversi aspetti esterni al rettangolo verde. Questi alcuni passaggi significativi:   «Fa

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Sulla “Gazzetta dello Sport” di oggi una lunga e bella intervista realizzata con il nostro Riccardo Saponara. Una panoramica a tutto tondo di uno dei giocatori simbolo dell’Empoli che si mette a nudo in diversi aspetti esterni al rettangolo verde. Questi alcuni passaggi significativi:   saponara riccardo 26 ottobre 2015«Fatalista non si nasce: si diventa, quando succedono delle cose. Se un giorno del 2007 – avevo già 16 anni, era l’ultimo treno che passava e lo presi per i capelli – al mio scopritore Eldo Bencini non si fosse bucata una ruota dell’auto e un amico non lo avesse soccorso e portato al campo dove stavo facendo un provino con la rappresentativa regionale, forse oggi non sarei un calciatore. Quel suo amico era stato un compagno di militare di mio padre e al di là della rete di recinzione iniziò un dialogo a tre che convinse Bencini: mi seguì altre volte, e poi mi portò al Ravenna. Se quando ero al Milan non mi fossi infortunato al ginocchio, non sarei tornato a casa per due settimane a fare la riabilitazione, non avrei visto per tre-quattro sere di seguito Giulia che è di Forlì come me, alla quinta non avrei preso il coraggio per andarci a chiacchierare in un bar e oggi non staremmo insieme. Era destino anche che al Milan andasse così? Non so, ma era uno step necessario della mia carriera e(: oggi non sarei il giocatore che sono, senza quella esperienza. E ) non rinnego neanche una lacrima di quelle che versai. Mi aveva appena preso la squadra per cui tifavo fin da bambino: altro che sprecate, fra le più sentite della mia vita»   «Quel pomeriggio mi ha salvato la vita Enrica, mia sorella. Anzi: ci ha salvato la vita, perché io e mia madre, che con l’acqua non abbiamo propriamente il rapporto che hanno i grandi nuotatori, ci stavamo affogando a vicenda, aggrappati uno all’altra per l’agitazione. Avevo 8 anni, una gita in barca in Corsica rischiò di trasformarsi in una tragedia quando nel giro di pochi secondi si alzò un maremoto improvviso mentre stavamo facendo un bagno al largo. Non ho mai più provato paura come quel giorno e oggi ho altro genere di timori: mi fa venire l’ansia l’idea di non raggiungere la mia realizzazione calcistica, perché è per forza da quella che passa quella personale. Diventerebbe una condanna, la dannazione di lasciare incompiuto il lavoro per cui penso di essere nato. Chi mi vede da fuori può pensare ad un ragazzo realizzato: sbagliato. Io so di non esserlo e che non mi darò pace finché non lo sarò completamente: realizzato, ma in un grande club. C’ero arrivato, al Milan, però arrivare non basta: se sfiori un obiettivo non l’hai centrato, ecco cosa mi spaventa».   «Se oggi mi dicessero “Hai a disposizione un biglietto per un qualunque evento sportivo nel mondo” probabilmente risponderei la finale di Wimbledon, dopo aver avuto qualche incertezza su una partita dei Lakers, la mia squadra dai tempi di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal. Io nasco cestista, è con il basket che ho esordito nel mondo dello sport, in prima elementare: si giocava a scuola alle quattro e mezza del pomeriggio, dopo l’ultima lezione, e due anni dopo ci volle Gianmarco, un compagno di classe, per trascinarmi a giocare anche a calcio. Probabilmente sarei diventato un playmaker, di sicuro palleggiavo molto: anche in casa, avevo messo un canestro di plastica in salotto e non so se urlava più mia sorella perché non riusciva a studiare oppure mia mamma perché le sue statuette di ceramica cadevano come birilli, spezzate in 6-7 frammenti, non so quanti tubetti di colla le ho fatto consumare. Dagli 8 ai 12 anni ci fu quasi par condicio: tre allenamenti di calcio e due di basket, poi dovetti scegliere. Quello che non sono più costretto a fare oggi davanti alla tv: non guardo né calcio né basket, preferisco altro»   «Amico è quello che ti ritrovi abbracciato a lui e nessuno dei due si preoccupa di trattenere le lacrime: come con Nicolas, il mio migliore amico da quando abbiamo 8 anni, il compagno di viaggio di una vita quasi in simbiosi, praticamente un fratello, uno di famiglia. Ci è successo due volte: la prima quando morì suo nonno, per lui come un padre, ed era un pianto così straziante che me lo ricordo come se fosse oggi; la seconda quando gli dissi “Vado a Empoli”, ci sembrava durissima separarsi. Amico è quello con cui condividi (condividevo…) la tristezza di lasciare la Romagna e allora ti fai delle chiacchierate lunghissime in treno: come con Valdifiori, tutte le settimane insieme da Faenza a Firenze, lui già in prima squadra e io in Primavera, lui tornava ad allenarsi e io a scuola. Amico è quello che quando rientri a Empoli dal Milan ti dice “Non andare in hotel, vieni da me” e poi ti viene la varicella e lui va a stare da sua mamma a Firenze, per lasciarti la casa. Lui è Tonelli, la prova che anche se nel calcio è dura avere amici, perché la concorrenza non favorisce i legami affettivi, l’eccezione esiste: Empoli per questo è un posto davvero surreale».   «Sono una calamita per i bambini, e loro lo sono per me: i compagni di squadra che hanno figli benedicono il mio istinto paterno, quando andiamo a cena fuori il baby sitter lo fa Ricky. Spero farà anche il padre, quando immagino il futuro vedo una famiglia felice stile Mulino Bianco, il che non significa per forza che mi debba sposare: se hai figli sei più che sposato, non è quella l’attestazione di un rapporto vero. Mi affascina di più l’idea di non interrompere la catena nonno-papà-io: mio nonno l’ho conosciuto solo tramite i racconti di mio padre, ma sento che mi ha lasciato qualcosa, che attraverso papà mi ha trasmesso anche lui dei valori, gli stessi che spero di regalare ai miei figli. Ma è presto per essere padre, per programmare anche il passo finale di un amore: lo so che uno degli stereotipi dei calciatori è sposarsi e mettere su famiglia presto, perché sono la stabilità economica e uno stile di vita fatto anche di lontananze a farti cercare una convivenza già da giovane, però io sono fuori dagli stereotipi anche in questo. E non solo perché di natura sono un tipo solitario, che tuttora a volte sceglie di andare a cena anche da solo. Io e Giulia ancora non conviviamo: le reciproche aspirazioni personali per ora ci hanno portato a concentrarci prima sugli step che mancano alle nostre carriere. Ma lei ha un negozio di abbigliamento e fa la disegnatrice nel campo della moda, dunque è una creativa come me: diciamo che almeno i presupposti ci sono».

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