Valdifiori: “Guido ancora la fiesta di mio padre, ho scelto il numero sei perché…”

Valdifiori: “Guido ancora la fiesta di mio padre, ho scelto il numero sei perché…”

Nell’Empoli che gioca bene a calcio e stupisce l’Italia, un ruolo di primo piano lo ha Mirko Valdifiori, che della squadra è il regista. E’ lui il direttore di un’orchestra perfetta, quello che detta ritmi e guida i compagni da ormai sette anni: 226 presenze e 4 reti con la maglia degli azzurri.

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valdifioriNell‘Empoli che gioca bene a calcio e stupisce l’Italia, un ruolo di primo piano lo ha Mirko Valdifiori, che della squadra è il regista. E’ lui il direttore di un’orchestra perfetta, quello che detta ritmi e guida i compagni da ormai sette anni: 226 presenze e 4 reti con la maglia degli azzurri. Valdifiori si racconta in una lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport. Mirko va ancora in giro con un’utilitaria: “Guido una Fiesta che era di mio padre, ha trecentomila chilometri e la prima volta che Riccardo, il nostro magazziniere, c’è salito su è voluto scendere prima: ‘Lasciami qui: mi vergogno a farmi vedere su una macchina così’ “. Fissazioni o fede? “Ogni sera, prima di dormire, altrimenti non c’è verso di chiudere gli occhi, devo dire due Padre nostro e due Ave Maria; ogni volta che scendo dalla macchina, anche se è solo per fare un bancomat, devo baciare tre santini che ho sul cruscotto. Lo so che non è giusto confondere fede e scaramanzie, ma è più forte di me. Come quando mi danno del matto perché non posso fare a meno di rimettere a posto due posate incrociate o due ciabatte non allineate: fissazioni, ma che male c’è?”.    Ai tempi dell’elementari un gesto di cui va ancora fiero: “Ero sempre insieme ad Andrea, un ragazzo handicappato che voleva me e non l’insegnante di sostegno, e un giorno un compagno ha iniziato a prenderlo in giro. Non ci ho visto più: un calcio sullo sterno e gli ho fatto sbattere la testa contro il banco. Cinque giorni di sospensione, ma giocando a pallone una squalifica così bella non l’ho mai presa”. L’importanza della famiglia: “La famiglia in cui cresci ti può aiutare a diventare uomo, ma poi uomo devi diventarlo da solo. I miei mi hanno insegnato il rispetto e l’umiltà. Mio padre mi ha fatto diventare un calciatore quando un giorno, da Cesena dovevo andare a Pavia, mi disse solo: ‘Non fare il mio errore: per non allontanarmi da casa rinunciai alla B. Tu vai, e non avere rimpianti’. Mia mamma mi ha insegnato la sensibilità, e pazienza se a volte esagero come lei, non riesco a farmi scivolare le cose addosso e mi commuovo anche davanti a un film”.    Stress da lavoro: “La sindrome della bandelletta è peggio che rompersi un crociato, almeno uno sa cosa ha, che deve operarsi e quando tornerà a giocare. Io tre anni fa non sapevo un cavolo: solo che ogni tanto, mentre correvo, sentivo una fitta bestiale e cadevo per terra dal dolore, come una pera cotta. Poi mi hanno spiegato che un tendine del ginocchio, ingrossandosi, si “bucava” andando a contatto con l’osso, ma prima ho passato giorni d’inferno”. Idolo? “Per fede paterna sarei juventino, in realtà in Italia ho tifato Samp, Parma, Lazio, Inter: tifavo per la squadra dove giocava Veron. Il modello per un regista è Pirlo, il numero uno nel mondo. Però idolo è un’altra cosa e in allenamento ogni tanto mi scappa ancora, ‘Adesso faccio Veron’. E provo quel suo colpo: cambio campo di controbalzo, con l’esterno destro. Aveva un modo di calciare tutto suo, eleganza e facilità di tiro dapaura. Non dev’essere stato semplice tornare all’Estudiantes a trent’anni: è stato un atto d’amore, bellissimo. Da copiare, se dovessi cambiare squadra, per chiudere la carriera, vorrei tornare a Empoli”.    Quali altri sport appassionano Valdifiori? “Ho giochicchiato a basket nell’ora di educazione fisica, non mi dispiace il tennis da guardare ma in mano al massimo prendo i racchettoni quando sono in spiaggia: insomma, con mio padre che è stato calciatore, allenatore, dirigente e direttore di settore giovanile sono nato e cresciuto a pane e calcio. E mi facevo un pallone con carta e scotch quando mi nascondevano quello vero perché facevo disastri in casa”. In chiusura un omaggio a San Valentino: Ho conosciuto Elisa che avevo 15 anni e lei 12: festa del paese a Russi, un bacio da ragazzini e poi nulla, ci siamo persi di vista. Passati due anni, è più o meno mezzanotte, mi viene voglia di telefonarle e dopo un po’ mia mamma mi vede prendere la bici. Io e Elisa abitavamo a mezzo chilometro di distanza e sentivo che quella pedalata non me la sarei più dimenticata: andavo sul suo balcone, a parlare fino alle due di notte delle nostre delusioni amorose e a darle un altro bacio, stavolta un po’ più significativo. Era il 6 luglio 2005, per questo oggi 6 è il mio numero, anche di maglia”.

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