La prima sensazione è quella di una continuità quasi naturale: Matteo Andreoletti non arriva a Empoli per stravolgere il sistema sul quale la squadra ha lavorato nelle prime cinque giornate. Il 3-5-2 è stato il punto di partenza della sua ultima esperienza in Serie B e lo è stato anche per l’Empoli di Pagliuca. Ma fermarsi al semplice confronto dei numeri sarebbe riduttivo. Perché il calcio di Andreoletti è soprattutto un calcio di trasformazioni. Il tecnico non sembra legato al modulo come struttura rigida, ma ai principi che vuole ottenere attraverso quella struttura. A Padova, nella stagione della promozione, il 3-4-2-1 era spesso il punto di partenza, con una squadra aggressiva, coraggiosa, alta e orientata alla riaggressione immediata dopo la perdita del pallone. In possesso, quella struttura poteva trasformarsi e diventare molto offensiva, con gli esterni alti e diversi giocatori sopra la linea della palla. Lo stesso Andreoletti ha spiegato che il modulo conta meno dell’organizzazione e della capacità di occupare gli spazi. 

La vera novità, quindi, potrebbe non essere il 3-5-2 in sé, ma il modo in cui l’Empoli lo interpreterà. In fase di possesso, il 3-5-2 può diventare una struttura molto più fluida: 3-1-2-4 o 3-2-1-4, con i quinti molto alti, una mezzala chiamata ad accompagnare e una delle due punte pronta a venire incontro per liberare spazio all’altro attaccante. È proprio qui che potrebbe esserci una delle differenze più evidenti rispetto a quanto visto finora: le due punte più vicine, più coinvolte nella combinazione e meno isolate. E la frase pronunciata da Andreoletti, «ogni giocatore giocherà nel suo ruolo», sembra indicare una volontà precisa: quinto al quinto, attaccanti davanti, centrocampisti nei loro compiti. 

Poi c’è la fase senza palla, dove il 3-5-2 torna naturalmente a essere un 5-3-2, con la squadra corta e i quinti dentro la linea difensiva. Ma Andreoletti non sembra interpretare la difesa come semplice attesa: vuole pressione, riferimenti, aggressività e soprattutto una reazione immediata alla perdita del pallone. Il suo Padova della promozione aveva costruito molto della propria identità proprio sulla riaggressione; quello della Serie B, invece, ha abbassato leggermente il baricentro e ha privilegiato maggiore prudenza, adattandosi alla rosa a disposizione. 

Ed è probabilmente questa la parola chiave per capire cosa potrà succedere a Empoli: adattamento. Non un allenatore integralista che porta un sistema e pretende di modellare i giocatori su quello, ma un tecnico che parte da alcuni principi e modifica la struttura per valorizzare ciò che ha. L’unico vero punto interrogativo, almeno sulla carta, resta Magnino: se continuerà a essere utilizzato come braccetto, rappresenterà l’eccezione rispetto alla dichiarata volontà di riportare tutti nel proprio ruolo. Per il resto, la base sembra già esserci. Ma dentro quel 3-5-2 potrebbe esserci un Empoli molto diverso: più verticale, più fluido, con le punte più vicine e soprattutto con una precisa idea di cosa fare nei tre momenti che seguono ogni possesso: attaccare, perderlo e riconquistarlo. Ed è proprio lì che si vedrà davvero la mano di Andreoletti. 

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Giornalista pubblicista, da sempre tifoso azzurro è tra i fondatori di Pianetaempoli.it sul quale scrive ininterrottamente dal 2008. Per PE, oltre all'attività quotidiana, si occupa principalmente delle interviste post gara da tutta Italia. E' stato speaker ufficiale dell'Empoli FC per 5 stagioni.

1 commento

  1. Mah, io, per quanto viene scritto, non ci vedo tanta differenza con il modo di schierarsi di Pagliuca; l’unica chiara differenza, è lo schierarsi sempre con due punte effettive, ammesso che ce ne sia la disponibilità e non ci siano i soliti infortuni. Per il resto idem con patatine. Spero solo che i giocatori giochino nel loro ruolo naturale, come ha detto, senza aver la testardaggine di inventare l’impossibile !

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