Ci sono parole che, all’apparenza, sembrano avere un peso minimo. Semplici dettagli lessicali, sfumature che potrebbero tranquillamente passare inosservate. Eppure, a volte, proprio una parola riesce a raccontare una filosofia, un modo di intendere le cose, una direzione. Nella presentazione della nuova prima maglia dell’Empoli abbiamo già espresso, in un articolo dedicato, il nostro punto di vista estetico, evidenziandone quelli che secondo noi sono gli aspetti più riusciti e quelli magari meno convincenti. C’è però un passaggio del comunicato ufficiale (che abbiamo riportato integralmente) sul quale, volutamente, non ci siamo soffermati. Oggi, invece, crediamo sia giusto farlo. Il club definisce infatti il colore dominante della maglia dell’Empoli come un “iconico blu”.

Ecco, è proprio qui che nasce una riflessione. Non perché ci si voglia fermare alla ricerca del termine perfetto o ad una questione cromatica. Il punto non è se il blu e l’azzurro siano due colori diversi, anche se per la lingua italiana lo sono. Il punto è quello che, simbolicamente, rappresentano. L’Empoli sta vivendo uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Sul piano societario si lavora all’ingresso di un nuovo socio, una svolta che rappresenterebbe un cambiamento epocale dopo oltre trent’anni di gestione unica della famiglia Corsi. Sul piano sportivo si apre una stagione diversa rispetto alle ultime vissute: la Serie B è una categoria prestigiosa e assolutamente degna della storia dell’Empoli, ma è inevitabile che quattro campionati consecutivi di Serie A abbiano cambiato prospettive e percezioni. Oggi ci troviamo davanti ad una rifondazione tecnica e ad un possibile nuovo corso anche a livello societario. Proprio per questo riteniamo che questo sarebbe il momento ideale per compiere qualche “passo indietro”. Attenzione, non nella crescita del club, che anzi deve continuare, ma sotto l’aspetto umano, identitario, empatico. Perché negli ultimi anni l’Empoli è cresciuto tanto sotto molti punti di vista, ma allo stesso tempo si è progressivamente allontanato da quella dimensione familiare ed intima che lo aveva sempre contraddistinto.

È una sensazione diffusa. La percepiscono molti tifosi, la percepiscono coloro che questa squadra la vivono quotidianamente e, permetteteci di dirlo, la percepisce anche chi la racconta. La stampa locale non è un’entità distante: è composta da persone che, prima ancora di fare questo mestiere, hanno nel cuore l’Empoli e la sua storia. Probabilmente i risultati sportivi degli ultimi anni hanno attenuato questa percezione. Vincere aiuta sempre. Restare stabilmente in Serie A porta inevitabilmente a guardare più ai risultati che ad altro. Ma quel cambiamento, per chi osservava da vicino le dinamiche quotidiane, era già evidente. Un percorso che, a nostro avviso, ha iniziato a prendere forma intorno al 2017/2018, con una profonda riorganizzazione manageriale. Già allora il nostro direttore Fabrizio Fioravanti scrisse un editoriale dal titolo emblematico: “Qualcosa è cambiato”. Era una riflessione che non nasceva dalla nostalgia, ma dalla constatazione che il rapporto tra società e ambiente stesse assumendo contorni diversi. Negli anni successivi ci siamo spesso augurati che quel percorso potesse trovare un equilibrio, recuperando alcuni tratti distintivi dell’Empoli di sempre. Non è successo. Ed è qui che torniamo a quel “iconico blu”. Perché quella definizione, probabilmente scelta senza immaginare tutte queste riflessioni, ci sembra però inserirsi perfettamente dentro una traiettoria già vista.

L’Empoli, da sempre, è AZZURRO.

Non è semplicemente una tonalità. È un’identità. È un’appartenenza. È un modo di riconoscersi. Sostituire quella parola con “blu” può sembrare un dettaglio insignificante. Per noi non lo è. Perché le parole costruiscono cultura, costruiscono identità e raccontano il modo in cui si guarda a se stessi. Negli ultimi anni sono cambiate tante cose. È cambiato il logo, poi anche ritoccato. È cambiato l’inno. Sono cambiati linguaggi, modalità comunicative, approcci. Alcuni cambiamenti possono piacere, altri meno. Alcuni sono probabilmente inevitabili per un club che cresce. Nessuno pretende che l’Empoli resti fermo nel tempo. Ma crescere non dovrebbe mai significare perdere il contatto con ciò che si è. Oggi più che mai servirebbe ritrovare quel senso di appartenenza che ha sempre rappresentato il vero valore aggiunto dell’Empoli. Quella capacità di sentirsi parte della stessa famiglia, pur con ruoli diversi. Società, tifosi, città, stampa. Ognuno con il proprio compito, ma tutti dalla stessa parte. Perché conoscere il territorio significa comprenderne sensibilità, valori e tradizioni. Significa capire che dietro una scelta comunicativa, dietro una parola, dietro un simbolo, non ci sono soltanto logiche di marketing o strategie di brand identity. Ci sono persone. C’è una comunità. C’è una storia.

Il rischio, altrimenti, è quello di affidarsi esclusivamente ai processi, agli algoritmi, ai modelli comunicativi più moderni, dimenticando che l’Empoli non è un’azienda come tutte le altre. È una realtà che ha costruito il proprio prestigio proprio grazie alla capacità di essere diversa, per tanti versi, unica. Per questo ci permettiamo di dire, con il massimo rispetto, che forse questo è davvero il momento giusto per riscoprire certe radici. Profonde. L’Empoli non ha bisogno di diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato. Ha bisogno, semmai, di ricordarsi chi è e chi è stato. E se il colore che racconta questa storia continua ad essere definito “iconico blu” invece che semplicemente e sinceramente “azzurro”, allora la sensazione è che quel percorso di ritorno alle origini non sia ancora iniziato. Ed è un peccato. Perché, forse come non mai, oggi ce ne sarebbe davvero bisogno.

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Giornalista pubblicista, da sempre tifoso azzurro è tra i fondatori di Pianetaempoli.it sul quale scrive ininterrottamente dal 2008. Per PE, oltre all'attività quotidiana, si occupa principalmente delle interviste post gara da tutta Italia. E' stato speaker ufficiale dell'Empoli FC per 5 stagioni.

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