Il Direttore Sportivo azzurro, Pietro Accardi, ha rilasciato una lunga intervista alla rivista sportiva L’ultimo Uomo.

Vorrei iniziare dal momento in cui è finita la tua carriera da giocatore ed è iniziata quella da dirigente. Tu sei stato tesserato dall’Empoli nella tua ultima esperienza da calciatore nell’anno in cui è arrivato Maurizio Sarri. Lui ha avuto un qualche ruolo o un’influenza nella tua decisione di percorrere una carriera da dirigente? O è stato un caso?

Io arrivo ad Empoli da svincolato dopo aver finito il mio contratto con la Sampdoria. A ottobre ricevo una chiamata dell’allora direttore sportivo dell’Empoli, Marcello Carli, perché la squadra era penultima in classifica e c’era bisogno di gente un po’ più esperta. Quello era un gruppo molto giovane e con un allenatore che allora era una scommessa. Sarri fino ad allora aveva fatto solo la Serie C, forse anche qualche apparizione in Serie B comunque tanta Serie C. E quindi cercavano una persona esperta, di carattere, che potesse aiutare la squadra da questo punto di vista. Devo essere sincero: non stavo più bene. Io ho smesso presto, a 31 anni, proprio perché ho avuto nel corso della mia carriera un problema al ginocchio che mi sono portato dietro per 10 anni. E quindi quando mi sono reso conto che non potevo più dare niente al calcio giocato ho cominciato a fare un po’ da trait d’union da dentro lo spogliatoio tra la squadra, l’allenatore e la società, sempre rispettando il mio ruolo. Non è che facevo la spia – cercavo di essere un collante. Questa cosa penso sia piaciuta a Maurizio, a Marcello e anche all’attuale presidente, che mi ha dato l’opportunità di affiancare il direttore sportivo e che in questi anni mi ha supportato e sostenuto. È chiaro che il rapporto di stima che si era instaurato con Maurizio ha fatto la differenza. E quindi ho iniziato a fare questo percorso da “braccio destro” di Marcello Carli, che da subito mi ha portato con sé ovunque, in tutte le trattative. Non ho nemmeno avuto l’opportunità di pensare che la mia carriera da calciatore fosse finita. Sai, quando smetti e chiudi un capitolo importante della tua vita – perché comunque ho fatto il professionista per 16-17 anni… tanti giocatori si fanno mille domande: “Adesso cosa succede? Cosa farò?”. Investi tanto tempo sul calcio, non pensi a costruirti altro – sai fare solo questo. Tanti giocatori quando smettono hanno un grosso punto interrogativo. Perché è vero che finisce un periodo ma è altrettanto vero che spesso finisce quando sei ancora molto giovane, e hai una vita davanti a te da inventarti. Io, invece, non ho avuto nemmeno la possibilità di pensare e quindi mi sono buttato in questo nuovo ruolo con grande passione.

Ma c’è stato un allenatore nella tua carriera di calciatore che pensi ti abbia influenzato?

Nella scelta?

Anche nel modo in cui porti avanti il tuo lavoro, nelle tue idee, nel modo in cui vedi il calcio oggi insomma.

No, questo no. A me è sempre piaciuta la parte dirigenziale, anche quando facevo il calciatore. Ero sempre attratto da questa figura. Mi piace essere aggiornato anche sulle dinamiche tecnico-tattiche, guardo partite in continuazione, le studio perché poi mi serve anche per confrontarmi con l’allenatore. Però non ho mai pensato di fare l’allenatore o ricoprire un altro ruolo che non fosse dirigenziale, ti dico la verità. Ho sempre avuto le idee ben chiare da questo punto di vista.

Pensi ci sia stato qualcosa dalla tua carriera di calciatore che ti sei portato dietro poi nella tua carriera dirigente?

In realtà cambia tutto. Quando ho smesso pensavo di conoscere il calcio perché dici: “Ho giocato per 15 anni, si parla di una cosa che so”. Quando passi dall’altra parte ti rendi conto che è tutto completamente diverso. Una delle cose che cambia è che quando sei calciatore pensi sostanzialmente a te stesso, quando passi dall’altra parte la prima cosa che devi fare è pensare agli altri. In sostanza non esisti più. Già questa è una differenza sostanziale: vengono prima gli altri. Cambia il modo di affrontare e di vivere le situazioni.

Tu sei passato da un ruolo in cui avevi un rapporto molto diretto e amichevole con i giocatori a un altro in cui invece credo tu debba avere un po’ di distanza, magari prendere anche decisioni difficili umanamente. Hai avuto delle difficoltà in questo cambio di prospettiva sia professionale sia umano all’inizio?

All’inizio no perché avevo un ruolo diverso per la società e per l’allenatore. Cercavo sempre di filtrare: più avevo un rapporto con i giocatori più riuscivo a mediare determinate situazioni o a gestirle, sempre in maniera costruttiva. Quando poi invece sono passati gli anni e il mio ruolo si è definito sempre di più è chiaro che il modo di comportarmi è cambiato. Ma non mi sono mai posto dicendo: “Comando io, faccio io, tu sei il giocatore, non puoi dire la tua”. Cerco sempre di instaurare un rapporto con i calciatori, anche perché oggi la mentalità del calciatore è cambiata rispetto a prima. I calciatori hanno bisogno di persone vicine a loro.

Dici a livello tecnico, psicologico… figura più specializzate, professionalizzate?

Assolutamente sì. La figura del direttore sportivo è cambiata totalmente rispetto a prima. Se faccio il paragone tra me e i direttori sportivi che ho incontrato nella mia carriera…

Cosa pensi sia cambiato?

Il direttore sportivo deve avere competenze non solo più tecniche ma anche gestionali, manageriali, conoscere i bilanci: è una figura più ampia rispetto a prima. Anche il modo di operare è diverso. Ovviamente parlo per me, perché non so precisamente come operano gli altri direttori sportivi. In ogni caso, il calcio è cambiato rispetto a prima: i ragazzi adesso hanno molto più bisogno di sostegno, di supporto. Prima il direttore sportivo si vedeva pochissimo al campo, era molto più in giro – rapporto diretto con i calciatori ne aveva poco. Io, invece, sono un direttore sportivo ultra-presente, tutti i giorni al campo. Ho delle persone che girano per me. Sono una presenza costante, mi confronto tutti i giorni con l’allenatore. Se un ragazzo ha un problema cerchiamo di capire, di aiutarlo, di stargli vicino e di spronarlo. Poi ognuno di loro ha una chiave d’accesso. Non si può trattare tutti allo stesso modo, devi avere la sensibilità di toccare i tasti giusti. Magari uno ha bisogno un po’ più di coccole, l’altro ha bisogno un po’ più di “bastone”. Fa tanto il rapporto, l’esperienza, il bagaglio che ti porti dietro, il continuo aggiornarti, il volerti migliorare.

Com’è cambiato il tuo lavoro ora con la pandemia? Ad esempio: com’è cambiato il vostro sistema di scouting? Avete aumentato l’utilizzo di strumenti che vi permettono di fare scouting a distanza, come Wyscout?

È cambiato molto da questo punto di vista. Prima viaggiavamo tanto, soprattutto negli ultimi anni. Oggi bisogna fare di necessità virtù. Utilizziamo molto Wyscout, ma cerchiamo comunque di andare a vedere tutte le partite che si possono vedere dal vivo tramite i rapporti che abbiamo. Ma sostanzialmente lavoriamo molto con i video.

Sei un amante del video? Perché c’è anche chi dice che certe cose si possono vedere solo dal vivo.

Il video ti dà la possibilità di conoscere ancora di più nei dettagli il calciatore, perché hai la possibilità di vederlo, rivederlo, selezionare le cose che vuoi andare ad analizzare. Ma la sensazione che ti dà un giocatore quando lo vedi dal vivo è completamente diversa. Ci sono degli aspetti che il video non ti trasmette, a partire dall’emozione che ti dà un calciatore quando lo vedi dal vivo. Dal video puoi riconoscere le caratteristiche ma poi il giocatore lo devi sentire, ti deve in qualche modo emozionare, trasmettere qualcosa caratterialmente nei momenti difficili di una partita, se subisce o non subisce un errore.

A questo punto devo chiederti anche se fate più affidamento sulle statistiche proprio per compensare la mancanza della percezione dal vivo che vi è venuta meno con la pandemia.

Purtroppo il mondo sta andando verso questa direzione, dove gli algoritmi e le statistiche stanno prendendo il sopravvento. Io, pur essendo un giovane, da questo punto di vista sono uno vecchio stampo. Le statistiche le guardo ma bisogna dargli la giusta importanza. Non dico che non servono a nulla, ti danno delle indicazioni. Però così come ti ho detto del video ti dico anche delle statistiche. Le statistiche mi danno dei numeri ma poi il calciatore lo devi vedere, sentire. Ti deve trasmettere qualcosa che i numeri non ti danno, anche perché i giocatori non sono delle macchine. I giocatori sono delle persone, e in quanto persone hanno il loro carattere, le loro fragilità, le loro idee, le proprie convinzioni. E tutto questo va gestito. Se io mi baso solo sui numeri, chiunque può fare questo lavoro, chiunque non sbaglia mai. Dice: ma io ho preso il giocatore con più assist, con più percentuale di duelli vinti. Poi magari vedi che il giocatore non rende pur avendo delle statistiche eccellenti. Perché poi c’è tutto il resto.

Un’altra cosa di cui si discute è come affrontare il salto dalla Serie B alla Serie A a un livello manageriale. Tu hai già vissuto alcune promozioni quindi immagino ti sarai fatto un’idea. C’è una grande discussione ad esempio se tenere l’allenatore che ha ottenuto la promozione o cambiarlo, puntare su giocatori più esperti per il salto di categoria o tenere un gruppo giovane, e così via. La tua idea qual è? Quale pensi sia la strategia migliore per affrontare il salto di categoria?

Io non penso che ci sia una strategia migliore o peggiore. Tutto sta dove si lavora. La differenza la fa capire le ambizioni e gli obiettivi dei club dove stai lavorando in quel momento. A Empoli tutte le volte che abbiamo affrontato la Serie A abbiamo sempre dato continuità a quei giocatori che erano stati determinanti per la promozione. Perché avevano della prospettiva su cui lavorare e per noi è determinante l’aspetto motivazionale che hanno questi calciatori alla loro prima esperienza in Serie A. Di sicuro non dormono di notte, di sicuro hanno una voglia di stupire e stupirsi che nel calcio fa la differenza. L’ultimo anno dove siamo retrocessi abbiamo abbandonato un po’ questa mentalità cercando giocatori un po’ più esperti. Avevamo una squadra più strutturata però alla fine siamo retrocessi. Non dico che sia stata quella la ragione – quell’anno siamo retrocessi anche per sfortuna. Abbiamo chiuso con 38 punti, con un calcio chiacchieratissimo in tutta Italia, e con quell’Inter-Empoli all’ultima giornata che ancora oggi se la ricordano tutti.

Però oggi non lo rifaresti di puntare su giocatori più esperti.

Io penso che tra la Serie B e la Serie A ci siano 10 categorie di differenza, non una. La Serie A è tutto un altro livello, quindi cercherei di fare un mix [tra giovani ed esperti, nda]. Certamente non smantellerei il gruppo che ci ha portato o ci porterà in Serie A. Andrei a puntellare la rosa con giocatori un po’ più esperti, ma la base sarebbe quella delle motivazioni che i calciatori hanno al primo anno. Empoli è una realtà particolare. Quando vai alla ricerca di un giocatore esperto, se questo non viene con grande motivazione poi fa fatica. Empoli deve essere vista come un trampolino di lancio: non come un fine carriera ma come un passaggio. Empoli vive di plusvalenze e di vendite, deve ricreare. Se il giocatore esperto non viene con questa mentalità stai sicuro che non rende per come potrebbe rendere.

Mi interessava anche perché nelle ultime stagioni mi sembra che stiate puntando sempre meno su giocatori che hanno avuto delle stagioni alle spalle in Serie A e state facendo più acquisti direttamente dalla Serie B, penso a Leonardo Mancuso, a Stefano Moreo, a Leo Stulac. Non so se è effettivamente un cambio di strategia da parte vostra, e se vogliate mantenerla anche in futuro, o se è semplicemente un caso.

 No, non è un caso. Noi pensiamo che in Serie B ci vogliono i giocatori mentalmente pronti per la categoria perché spesso quando scendono dalla Serie A fanno fatica se non si calano in questa categoria. Si ritorna sempre lì: è la testa a fare la differenza. Non è detto che con dieci anni di Serie A alle spalle un giocatore faccia automaticamente la differenza in Serie B. Come vedi, ci sono squadre che magari spendono poco ma che hanno una fame e una determinazione che poi mettono in difficoltà tutte – anche squadre più blasonate, squadre che hanno speso. Se non ti cali mentalmente nella categoria fai fatica.

Ma risalendo in Serie A pensi sia possibile pescare ancora dalla Serie B?

In questo momento di Serie A non ne voglio parlare perché il campionato è veramente molto lungo. Questa credo che sia la Serie B più difficile degli ultimi dieci anni – lo dimostra anche la classifica, i pochi punti che ci sono tra le squadre. È molto competitiva e molto bella per gli appassionati di calcio. In Serie B ci sono sempre dei giocatori molto interessanti e ce ne sono anche quest’anno.

Anche quest’anno ci sono alcuni giocatori dell’Empoli per cui già si parla di grandi squadre in Serie A, parlo per esempio di Samuele Ricci e Fabiano Parisi. Visto che da un punto di vista finanziario il tuo lavoro consiste anche nel sapere quando vendere, volevo sapere se secondo te è più saggio vendere subito, cioè una volta che un giocatore esplode e arrivano tante offerte, oppure rischiare e puntare sul talento di quel giocatore per aspettarsi una crescita ulteriore. Non parlo per forza di anni ma magari una, due stagioni in più e aspettarsi una crescita ulteriore delle offerte che arriveranno in futuro.

Questo in realtà non lo puoi pianificare. Dipende innanzitutto dalle esigenze del club: se ha esigenze di vendere sei costretto a perdere qualche pezzo. Poi dipende anche se credi che quel giocatore possa rimanere con la stessa mentalità con cui è arrivato. Perché quando arrivi magari vedi nell’Empoli una grossa opportunità per la tua carriera, soprattutto quando sei giovane. Nel momento in cui raggiungi una crescita e già cominciano ad esserci delle richieste molto più importanti, invece, difficilmente rimani con le stesse motivazioni. Dipende anche dalla categoria perché magari se sei in Serie A le motivazioni di cui ti sto parlando ce l’hai perché sali di livello. E per questa ragione continui ad avere quella voglia con la quale sei venuto perché è una categoria nuova nella quale non hai mai giocato – pensi che l’Empoli sia una nuova opportunità di crescita, che posto migliore non c’è. Dipende da tanti aspetti, insomma. Prima ti ho parlato della squadra che ha vinto il campionato: quell’anno abbiamo tenuto quasi tutti, a parte Donnarumma perché c’era un’opportunità sia per il ragazzo che per il club. Abbiamo deciso di continuare il processo di crescita dei calciatori per poi vendere al secondo anno. Perché una società che vive di vendite e plusvalenze un giocatore al massimo se lo tiene due anni.

Tu sei DS di una società che è una delle pochissime in Italia che lavora con i giovani da sempre, segue determinati principi anche di gioco, penso anche all’adozione del 4-3-1-2, del rombo a centrocampo, della difesa a zona, il controllo del possesso…

In realtà noi non scegliamo gli allenatori perché sanno fare bene il 4-3-1-2. Il 4-3-1-2 nasce con Sarri. Perché se è vero che la società ha dato tanto a Sarri, è anche vero che Sarri ha dato molto a questa società. Credo che la crescita dell’Empoli negli ultimi otto anni sia dovuta molto a lui, come in parte anche a tutti gli altri professionisti che sono passati per questa società. Noi in realtà non abbiamo un modulo prestabilito. Ma è vero che prima di Sarri l’Empoli non giocava con il 4-3-1-2. Poi c’è da dire anche che si è arrivati a giocare con il 4-3-1-2 perché le caratteristiche dei giocatori erano adatte a quel tipo di modulo.

E perché avete tenuto il 4-3-1-2 anche dopo Sarri allora?

Perché oltre a dare delle certezze a Sarri ha dato anche delle certezze alla società, che ha iniziato a costruire la squadra seguendo quelle caratteristiche. Quando è andato via Sarri noi parte della squadra ce l’avevamo. Il lavoro dell’Empoli è quello di capire le caratteristiche dei giocatori e di metterli nelle migliori condizioni per esprimersi. Se io ho una squadra in cui all’interno ho un trequartista forte, e allora avevamo Saponara, bisogna andare a cercare un allenatore che possa lavorare sulla prospettiva del trequartista. Non vado a prendere un allenatore che fa il 3-5-2 o il 4-3-3 perché ho un giocatore di proprietà in quel ruolo. Il modulo per noi lo fanno le caratteristiche dei giocatori. Tu hai detto giustamente che il 4-3-1-2 è un modello dell’Empoli, ma c’è da dire che nel tempo questo è diventato anche un nostro limite. Oggi quando parliamo con gli allenatori tutti ci dicono: “Io voglio fare il 4-3-1-2”, perché sanno che all’Empoli il 4-3-1-2 è un marchio. Quindi a prescindere se lo conoscono o meno cercano di dirci che è quello il loro modulo.

Anche Alessio Dionisi gioca con il 4-3-1-2 a rombo.

Dionisi lo seguivamo da tempo. Lui ha iniziato facendo il 4-3-3 poi a Imola ha cambiato e ha iniziato a fare il 4-3-1-2. Perché? Perché lì aveva dei giocatori con determinate caratteristiche e da allenatore bravo qual è li ha messo nelle migliori condizioni per esprimersi. Lì sta la capacità dell’allenatore. Noi in questo siamo molto rispettosi, i ruoli per noi sono determinanti. Io non dirò mai all’allenatore né chi deve far giocare né come deve giocare. Io non mi sostituisco all’allenatore: io sono di supporto all’allenatore, mi confronto, dico il mio punto di vista, ma le decisioni sono sue. Se no invece di fare il DS mi metto a fare l’allenatore.

Dionisi arriva dopo una stagione difficile dove l’Empoli cambia diverse volte l’allenatore. Con lui l’Empoli sembra un po’ tornata alle origini: una squadra molto giovane che segue determinati principi. Il ragionamento che ti ha portato a sceglierlo si è basato sul gruppo che avevate a disposizione oppure è il contrario? Cioè avete scelto Dionisi per le sue idee e poi avete plasmato il gruppo di conseguenza?

L’abbiamo scelto perché abbiamo intravisto in lui la capacità e la competenza per far esprimere il potenziale che gli abbiamo messo a disposizione. Noi avevamo già costruito la squadra l’anno scorso, perché tanti giocatori sono gli stessi della scorsa stagione – partivamo già da una base per noi molto importante. Noi non imponiamo mai all’allenatore come deve giocare. Se l’allenatore ci avesse detto che per lui le caratteristiche di questi giocatori avrebbero potuto esaltarsi con il 4-3-3 avremmo seguito l’idea dell’allenatore. In ogni caso, l’idea di calcio di Dionisi si avvicinava molto all’idea di calcio che ha l’Empoli. Cioè di una squadra organizzata, con le idee chiare, che sa cosa fare.

31 Commenti

  1. Bella intervista, merito anche delle domande di Ultimo Uomo che è un sito di buona qualità. In effetti il DS sembra in crescita come consapevolezza e competenza, del resto è un dirigente giovane quindi è normale che non possa partire già perfetto fin da giovane. Questa stagione, con la scelta di Dionisi ma anche con la scelta di chi tenere e chi no dei giocatori dell’anno scorso, e di acquistare ad esempio Parisi a un prezzo davvero basso, è figlia sicuramente di ottime scelte societarie. Però ecco, il passato non si può nemmeno cancellare con un colpo di spugna, e mi rimane la sensazione di essere davanti a un uomo che non è capace di autocritica e che ama mostrarsi quando le cose vanno bene e si nasconde ben bene quando vanno male. Speriamo fossero solo peccati di gioventù, ma insomma la risposta evasiva che dà sulla cessione di Donnarumma mi pare indicativa del fatto che i suoi difetti siano ancora uguali identici a sempre. Perché scegliere LaGumina al posto suo, pagandolo oltretutto a peso d’oro, fu una clamorosa bestialità degna di licenziamento immediato, ad esempio. Così come la gestione tecnica della stagione scorsa, con Muzzi riconfermato per mesi di fronte a prestazioni raccapriccianti e umiliazioni continue. Quindi ecco, le parole che ho letto mi lasciano pensare a un DS in crescita, ma personalmente prima di perdonargli le ultime due stagioni, deve portarci in Serie A e non fare ca..ate nel prossimo mercato estivo. Fino ad allora non mi riesco a fidare.

  2. Due anni fa siamo retrocessi perchè avevamo una squadra troppo strutturata e per sfortuna…vabbè…autocritica questa sconosciuta…già che c’era poteva aggiungerci tra le cause della caduta in B i disagiati sociali.

    • Due anni fa c’era anche il “fenomeno” di Pecini …. e forse i demeriti non erano tutti di Accardi …. bisogna essere obiettivi

      • Due anni fa siamo retrocessi perché non vollero dare fiducia completa al nonno, nonostante le belle prestazioni, dimenticando che il lavoro avrebbe pagato alla fine.
        Se ne sono pentiti troppo tardi (purtroppo.. ).
        E aggiungo la sciagurata decisione di scindere la coppia gol dei record.

  3. Tutti nel proprio lavoro commettiamo errori e a volte facciamo bene. Ottimo lavoro quest’anno..bravo. Molto bene davvero

  4. Nel tuo discorso, 3mpI01, a proposito di Donnarumma e La Gumina, devi aggiungere anche le responsabilità del nonno in quelle operazioni; cosa pensi che la cessione di Alfredo e l’acquisto del siciliano, siano state solo scelte della società ? O siano state anche avvalorate dall’allenatore ? Le responsabilità molte volte non sono sempre di una sola persona, anzi …. Con questo non voglio assolutamente mettere la croce su Andreazzoli, è stata una sua scelta sbagliata assieme alla società.

    • Ma tanto io e te non lo sappiamo in che percentuale l’allenatore può aver influito nella decisione. Te pensi che il mister c’entrasse molto, io credo invece che sia stata una bella porcata di Pecini e Acc.ardi (vedere anche da che squadra proveniva LaGumina) a cui il mister non si è opposto sperando che LaGumina non fosse la pippa stratosferica che poi invece era

      • Ricordati gli screzi che ci furono ad ogni sostituzione; certamente fra il nonno e Alfredo non correva buon sangue. Poi come dice te, come sono andate le cose non lo possiamo sapere.

        • Guido, così va meglio, mentre sopra davi pari responsabilità o anche di più al nonno. E l’ischitano e l’altro analfabeta (analfabeta in tutto, a cominciare dal calcio)? Secondo me non c’è nulla di male ad ammettere i propri errori. Solo che Acc a rdi non lo fa. Quest’anno comunque va molto bene, come dice Claudio, il difensore della società sempre, anche durante quei periodi neri. Non me lo confesso, ma ho qualche speranza, se non ci fregano coi rigori contro, che possiamo addirittura risalire.

          • Cosa c’entra l’ischitano con Accardi? E l’analfabeta, é solo colpa del DS ?
            Ritornando a Donnarumma, pensi che se il nonno lo avesse ritenuto idoneo alla serie A, lo avrebbe lasciato andare a quel modesto prezzo ? E comunque sia, riteneva La Gumina superiore a Donnarumma. La società aveva riconoscenza e piena fiducia in Andreazzoli.

  5. A titolo strettamente personale credo che Accardi non sia educato con il prossimo e spero vada via perché non può rappresentare al meglio Empoli e la nostra cultura calcistica.

  6. Si bella intervista e l’unica mezza verità o mezza bugia o bugia totale (forse lo sapremo un giorno lontano) è stato il discorso di Donnarumma, sul suo allontanamento.
    Poi secondo me il cercare La Gumina in parte andava nella direzione di mettere un giocatore più strutturato (sbagliando) e nell’incaponirsi su di lui quando i prezzi salivano troppo per la concorrenza della Samp…e li c’era la voglia di Pecini di battere la Samp e forse un rapporto privilegiato di Accardi con l’allora DS del Palermo.

  7. Io invece di Accardi ricordo mooooolto bene uno dei suoi acquisti di cui tanto si era vantato, a suo dire era andato a prenderlo di persona conoscendo perché ci aveva giocato insieme , certo Omar El Kaddouri pagato a peso d’oro ed a stipendio di oltre 600.000 annui…..mamma mia….
    Comunque gli errori li commettono tutti, chiaramente ha anche molti meriti di questa stagione….

    • Comunque aver pagato un giocatore di serie A, come era stato El Kaddouri, poco più di 1 ml di euro, non mi sembrava una cifra esagerata, vista le necessità in quel momento; poi può essere discutibile il giocatore, anche se nelle prime partite dette il suo contributo.

  8. Ma chi è che non fa errori? Anche Marotta e Paratici li fanno. Inutile rimuginare ancora su Donnarumma, El Kaddouri, Martuscello, ecc. Guardiamo ai risultati complessivi. L’Empoli è la squadra di una città di 45.000 abitanti con risorse finanziarie limitate, che da 25 anni veleggia tra serie A e alta classifica della serie B (tranne un anno). Il tutto con situazione patrimoniale stabile (pensate alla fine che hanno fatto Palermo, Siena, Catania, Bari, solo per citarne alcune). Poi ci sono gli errori, certo, e io sono il primo ad arrabbiarmi e a criticare quando le cose non vanno bene. Però, se diamo un giudizio complessivo, prevalgono largamente le grandissime soddisfazioni che la squadra ci ha dato e ci sta dando.

  9. Cmq aver venduto a peso d’oro decine di giocatori pagati due palanche e’ da fenomeni…e quindi???

    e vu siete come le mogli…vi evidenzia quella fatta male e non quelle fatte bene..eh Guido!?

    • Son daccordo con te, non è simpatico, ha fatto degli errori, ma ha portato tanti soldi in cassa (tra l’altro si è in parte riusciti a limitare i danni con La Gumina, e non era tutta colpa sua)

  10. Io ho sempre detto che le valutazioni nel bene e nel male vadano fatte sulla società in blocco e non su Accardi singolo. A capo della società c è sempre un presidente che accoglie o depenna idee e trattative del proprio DS o degli altri dirigenti. Sicuramente quando c era il milanese e il genovese in 3 galli erano troppi. Ma che ne sappiamo in cose buone o errori la percentuale fi Accardi o del presidente. Per questo è sempre il blocco società che va giudicato. Sul Ds la cosa che non mi piace è che si presenta sempre nel momento buono, quando c è da lustrare i pezzi di argenteria delle vetrine. Dovrebbe come faceva Carli parlare intanto dopo ogni sessione di mercato in una,conferenza stampa dove spiega ovviamente a grandi linee le strategie di mercato e poi nei momenti bui, quando ci sono le critiche da parte della gente. Solo questo critico di lui

  11. Qualcuno Conosce il valore cessione Provedel allo Spezia?
    Portiere di 26 anni, non amato a Empoli.
    Ma che è cresciuto molto.

  12. Bravo HD, la storia ti sta dando ragione.
    Meglio però se in qualche modo recuperi il tuo rapporto con i tifosi, chissà cosa gli hai fatto.

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