Catastrofe. E’ una parola che a scriverla e a pronunciarla fa scorrere un brivido nelle vene. Catastrofe. Una cosa orrenda. Una cosa da cui la mente rifugge. Una cosa che sbigottisce ed annienta, che lascia un solco incancellabile. Ma questa volta bisogna proprio scriverla, bisogna proprio pronunciarla. Una catastrofe orribile è avvenuta. Alle 17,05. Quando il ricevitore è rimasto muto. In quell’attimo. La catastrofe è avvenuta a qualche chilometro dalla pista di atterraggio. Sopra la città. La catastrofe è avvenuta sul colle di Superga. Proprio dietro alla Basilica. Poco dopo le ore 17 alcuni clienti del ristorante che si trova quasi sul piazzale udivano uno strano rumore; era come se una grossa macchina, più che un camion, una grossa cilindrata americana, venisse su a tutta velocità verso la Basilica.
Ad un tratto quel rumore si cangiava in un altro rumore secco, indefinibile. Poi più nulla. Alcune di queste persone più incuriosite che allarmate uscivano dal locale. E subito si rendevano conto che qualcosa di estremamente grave doveva essere successo. Infatti un’automobile arrivava a velocità pazzesca dal piazzale e si inchiodava, con una brusca frenata dinnanzi al ristorante. Lo sportello s’apriva violentemente e un signore ne usciva stravolto gridando «Un aeroplano, è caduto dietro la Basilica. Bisogna telefonare! Bisogna chiamare soccorso». Poi entrava nel locale e precipitatosi al telefono avvertiva i vigili del fuoco di Torino. Erano le 17,12. (La Stampa, 5 maggio 1949)
Il Grande Torino, la squadra che stava dominando in Italia e che probabilmente lo avrebbe fatto ancora per tanto altro tempo, cessò la sua esistenza. Di ritorno dalla trasferta a Lisbona l’aereo sul quale viaggiava si schiantò sul Colle di Superga, non lasciando scampo alle trentuno persone a bordo. Una tragedia immane, che scosse tutta l’Italia. Se ne andavano gli idoli di una generazione, non solo quelli di una singola tifoseria. Uomini che erano eroi in vita e che, dopo la loro morte, sarebbero diventati figure leggendarie, quasi mitologiche. Lo sbigottimento fu forte e il trauma durò per mesi. Al termine della stagione, il Torino venne dichiarato “Campione d’Italia” d’ufficio.
Tuttavia, bisognava guardare avanti. La Nazionale Italiana, in particolare, doveva trovare una soluzione immediata: molti dei calciatori periti nell’incidente aereo erano colonne portanti della formazione azzurra e non sarebbe stato facile sostituirli. Visto che mancava solo un anno al Campionato del Mondo che si sarebbe disputato in Brasile, la commissione tecnica capeggiata da Roberto Copernico – gli altri membri erano Ferruccio Novo, Aldo Bardelli e Vincenzo Biancone – decise di organizzare due test amichevoli ravvicinati per saggiare le potenzialità dei possibili sostituti. Il primo match venne disputato a Lucca l’11 maggio; il secondo a Firenze il giorno successivo. Quello che forse in pochi sanno è che questa seconda partita venne disputata contro il nostro Empoli, che all’epoca si stava disimpegnando nella terza stagione di Serie B.

La cronaca di quella amichevole ci viene raccontata da un articolo di Fulvio Bernardini (ex calciatore e all’epoca allenatore della Roma) del Corriere dello Sport, uscito il giorno dopo. Si legge: “Ieri a Lucca oggi a Firenze: le superstiti forze calcistiche italiane cui si può tentare di conferire un valore internazionale sono scese sul terreno allo scopo di favorire l’orientamento di Copernico in funzione dell’allestimento di due formazioni nazionali. Oggi a Firenze, come ieri a Lucca, la seduta di prova ha fatto sorgere problemi particolari nel quadro del problema generale. L’allenamento degli azzurri della Nazionale A va preso per quello che inevitabilmente doveva essere: una pacata, in fondo molto triste, seduta nella quale tutti hanno dovuto dar forza ai loro animi per esprimere il meglio di loro stessi. Qualcuno ci è riuscito, qualcuno no: inevitabile anche questo perché i valori sono dissimili e gli animi non possono essere tutti identici”
Ecco le formazioni in campo nel primo tempo. EMPOLI (metodo): Moro; Marelli, Toso, Catelli, Carbonari (in prestito dalla Monsummanese), Rovini, Ercoli, Bortoletto, Calicchio, Mariani, Bertolucci. NAZIONALE (sistema): Franzosi; Giovannini, Tognon, Rosetta, Annovazzi, Fattori, Burini, Lorenzi, Amadei, Boniperti, Rossetti. Arbitro Bianchi di Firenze. L’Empoli viene definito da Bernardini “vivace, discreto come tecnica, buono come ritmo di gioco”. Le prime occasioni della partita sono per la Nazionale: ci provano l’ex empolese Lorenzi, che sfiora il palo, e Amadei, fermato dalla traversa. L’Empoli non sta a guardare ma Mariani, smarcato da una finta di Calicchio,calcia a lato. I nostri mettono in mostra una buona velocità di manovra, ma al 28′ subiscono lo 0-1 da Benito Lorenzi, abile a capitalizzare un passaggio del migliore in campo, Amadei. Il raddoppio avviene al 39′ grazie a Boniperti, che da pochi passi sfrutta una corta respinta del portiere.
Nel secondo tempo la Nazionale inserisce Grosso, Bergamo e Cappello, mentre l’Empoli mette in campo Cinelli e Parodi in luogo di Catelli e Bertolucci. Proprio Gino Cappello, attaccante del Bologna, sale immediatamente in cattedra: prima segna il 3-0 dopo una bella combinazione con Amadei; poi, un minuto dopo, avvia l’azione che porta alla rete di Burini; infine, lancia Rossetti che realizza il quinto gol. All’ottavo della ripresa l’Empoli sfiora il punto della bandiera, ma Parodi conclude malamente non sfruttando un’ottima percussione di Calicchio. La Nazionale sembra voler salire di tono, ma non riuscirà più a segnare. L’Empoli “resiste” fino alla fine ed il risultato finale non andrà oltre il 5-0.
In quei giorni tristi, in cui si doveva necessariamente voltare pagina con addosso ancora le scorie della tragedia di Superga, l’Empoli ha fatto la sua parte impegnando la Nazionale in un test discreto. Di lì a pochi giorni gli azzurri di Copernico giocheranno una partita ben più impegnativa e sconfiggeranno per 3-1 l’Austria.














Onore al grande TORO.