All’anagrafe era Gaetano Musella, ma tutti lo chiamavano “il genietto di Fuorigrotta”. Il soprannome, oltre a tradire le origini napoletane, ne enfatizzava l’estro e la fantasia fuori dal comune. Cresciuto a pane e pallone, Gaetano Musella aveva mostrato un grande talento fin da piccolo: il Napoli lo notò nel piazzale del San Paolo e lo fece entrare nel proprio settore giovanile. Tutto gli riusciva con grande facilità. Visione di gioco e grande intelligenza unite a una velocità di pensiero unica, che gli permetteva di intuire prima degli altri cosa fare del pallone. Sembrava un predestinato, niente sarebbe potuto andare storto.

Gli inizi di Musella

Nel 1978 l’allenatore Di Marzio lo fa esordire in prima squadra. Musella ha appena 18 anni, ma le sue doti sono indiscutibili. In estate, per farlo giocare con maggiore continuità, il Napoli lo manda in prestito al Padova, in Serie C. Musella mostra le sue qualità, nonostante la squadra sia in perenne lotta per non retrocedere (e alla fine non ce la farà a salvarsi). In ventitré partite segna otto gol, un bottino di tutto rispetto per un esordiente appena maggiorenne. Il Napoli decide quindi di farlo tornare a casa e di metterlo a disposizione del tecnico brasiliano Vinicio. Musella gioca la sua prima da titolare l’11 novembre 1979, contro l’Udinese, con la maglia numero 10 sulle spalle. Da lì fino al termine del campionato collezionerà 14 presenze, senza segnare.

La stagione cruciale è quella successiva, quando il neotecnico Rino Marchesi gli dà completa fiducia e lo schiera regolarmente. Il Napoli fa un campionato spettacolare, sempre nei quartieri alti della classifica. Solo lo scontro diretto contro la Juventus, perso in casa per un autogol di Guidetti, lo priva della gioia dello scudetto. Gaetano Musella segna già alla prima giornata, su rigore contro il Catanzaro. E si ripete altre quattro volte, quasi sempre decisive. Da ricordare il suo colpo di testa, con cui il Napoli vince con il Torino e raggiunge, seppur per una sola giornata, Roma e Juventus in vetta.

Una carriera in discesa

Anche nella stagione 1981-82 veste la maglia dell’amato Napoli, ma sarà la sua ultima. L’anno successivo viene ceduto al Catanzaro: diventa un idolo della tifoseria ma la scelta, almeno dal punto di vista prettamente sportivo, si rivelerà infelice. Nei quattro anni di permanenza, i calabresi compiono un doppio salto all’indietro dalla A alla C, risalgono nuovamente in B ma scendono ancora nella terza serie. Musella ha ventisei anni, il suo talento è intatto ma l’impressione è che il treno giusto sia passato. Lo ripesca il Bologna, che ha la grande ambizione di tornare in Serie A ma è costretto a un altro campionato mediocre, terminato con un deludente decimo posto.

Musella è forse disilluso, capisce che la sua carriera sta lentamente scendendo verso il basso. Decide allora di avvicinarsi a casa e indossa le maglie di Nocerina e Ischia Isolaverde (dove sarà compagno di Giovanni Martusciello). La squadra isolana trova una preziosa salvezza anche grazie ai suoi gol e Musella firma per l’ambizioso Palermo: nonostante il raggiungimento della cosiddetta doppia cifra, i siciliani non riescono a ottenere l’agognata promozione in B.

La carriera in azzurro di Musella

La prossima sfida si chiama Empoli: Silvano Bini crede che Musella abbia ancora tanto da dare e lo convince a sposare il progetto azzurro, in mano al conterraneo Vincenzo Montefusco. Tra i suoi compiti c’è anche quello di tenere a battesimo il promettente ventenne Nicola Caccia, prodotto del vivaio azzurro. L’inizio non è semplice: Musella segna la sua prima rete il 18 novembre nella vittoria interna contro il Mantova (2-0), ma pur giocando costantemente non riesce a ripetersi per molto tempo. L’arrivo di Vitali al posto di Montefusco cambia in positivo l’Empoli e anche le prestazioni di Musella, che nel girone di ritorno trova la rete in ben sette occasioni.

Nel 1991-92 il nuovo tecnico Guidolin lo conferma in attacco ma Musella perde pian piano la titolarità: nel girone di ritorno mette a referto un magro bottino di sette presenze, di cui solamente una da titolare. Lo scarso impiego e l’ascesa di un giovanissimo Vincenzo Montella, ormai attaccante titolare designato, porteranno Musella lontano da Empoli. Gli ultimi lampi di carriera giungono con le casacche di Juve Stabia e Latina; poi, nel 1996, a trentasei anni, Musella deciderà di dire basta col calcio giocato. Intraprenderà la carriera di allenatore.

La tragica fine

30 settembre 2013. Il corpo di Gaetano Musella viene ritrovato senza vita in località Caprazoppa, nei pressi di Finale Ligure. Negli ultimi anni si era trasferito a Sanremo, dove aveva allenato la Sanremese in Serie C2. A scorgerlo è un turista tedesco che avverte immediatamente i carabinieri. Le circostanze della morte lasciano qualche dubbio: Gaetano indossava una t-shirt ma non i pantaloni; le ciabatte vengono ritrovate poco più avanti. Si pensa che possa essere un omicidio, ma il corpo non mostra segni di violenza o ecchimosi. Qualcuno allude al fatto che la zona del ritrovamento sia meta di incontri omosessuali, ma sono solo calunnie senza alcuna prova. Due giorni ha luogo l’autopsia che rivela la triste verità: a stroncare la vita di Musella è stato un infarto fulminante.

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Empolese DOC e da sempre tifoso azzurro, è un amante delle tattiche e delle statistiche sportive. Entrato a far parte della redazione di PianetaEmpoli.it nel 2013, ritiene che gli approfondimenti siano fondamentali per un sito calcistico. Cura molte rubriche, tra cui i "Più e Meno" e "Meteore Azzurre.

1 commento

  1. Talento inespresso: furono gli ultimi anni di C per l’Empoli prima della trionfale cavalcata dell’era C.o.r.s.i.

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