Prima di parlarvi del protagonista di questa puntata, occorre fare due rapidi excursus storici. Il primo: in seguito al trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919) e al trattato di Rapallo (1920), alcune zone dell’impero austro-ungarico erano state spartite tra le nazioni vincitrici della Prima Guerra Mondiale. Tra di esse figurava l’Italia, a cui vennero concesse diverse zone di confine. Una delle più importanti fu l’Istria, la cui popolazione era in prevalenza di lingua italiana.

Il secondo: qualche anno più tardi, in pieno regime fascista, crebbe la consuetudine di cambiare denominazione alle società sportive per renderle più accattivanti agli occhi del regime. Alcune squadre si italianizzarono (Milan e Genoa divennero rispettivamente Milano e Genova), altre scelsero un nome che richiamasse maggiormente la territorialità (l’Internazionale diventò Ambrosiana Inter). Anche l’Empoli modificò la sua denominazione: da Empoli Foot-ball Club ad Associazione Sportiva Fascista Empoli (1931), quindi Dopolavoro Empolese (1936) e Dopolavoro Interaziendale Italo Gambacciani Sezione Calcio (1938).

Le due premesse ci permettono di introdurre Antonio Vojak, che nell’Italo Gambacciani ebbe il ruolo di calciatore e allenatore tra il 1937 e il 1939. Vojak era istriano: nato a Pola nel 1904, aveva esordito nella squadra della sua città – i Grion Pola – a soli diciassette anni. Destro naturale, il suo ruolo era quello di centrocampista o attaccante, ma in un’occasione (la gara persa con il Dolo 0-1) aveva addirittura giocato come portiere. Giunse in Italia nel 1924, prelevato dalla Lazio. Con i biancocelesti giocò solo un anno, giusto il tempo per farsi notare dalla dirigenza della Juventus, che lo ingaggiò impressionata dal suo talento.

Nella formazione della Juventus c’è anche Vojak (terzo calciatore da sinistra)

Vojak rimase in bianconero per quattro stagioni, disputando 105 partite e segnando 47 reti, e vincendo lo scudetto nel 1925/26. In quel periodo, a causa delle leggi anti-slave che non permettevano di mantenere un nome che suonasse “poco italiano”, Vojak fu costretto anche a modificare il cognome in Vogliani (il nuovo nome di famiglia venne registrato legalmente presso lo Stato Civile di Torino). Successivamente passò al Napoli, riuscendo a diventare l’idolo della tifoseria partenopea. Le sue qualità sono descritte in un capitolo de Il Romanzo del Grande Napoli:

Antonio Vojak, che fu prelevato dalla Juventus, è stato tra i migliori marcatori del club azzurro: svariava su tutto il fronte d’attacco con eccezionale personalità, non disdegnando di tornare a centrocampo per organizzare il gioco di squadra. Colpiva il pallone principalmente col il piede destro, ma era in grado di calciare con precisione anche con il mancino. Incontenibile negli spazi, potente e rapido, quando si trovava a tu per tu con il portiere avversario, questi non aveva scampo: con forza o con eleganza, con una saetta all’incrocio o con un tocco morbido a scavalcare l’intera retroguardia, il pallone finiva la sua splendida corsa sempre in fondo alla rete.

In più Vojak era riconoscibile anche per un’altra sua caratteristica, non meramente tecnica, che lo ha reso celebre. In ogni gara scendeva in campo con un basco calcato sulla fronte: un oggetto dal quale non si separava mai e che era diventata ben presto una sua peculiarità.

Antonio Vojak con l’inseparabile basco

Al Napoli ebbe forse il momento più alto della sua carriera. Nonostante avesse dovuto elaborare un tremendo lutto, quello del fratello minore Oliviero (anche lui giocatore del Napoli), morto a soli ventun’anni di polmonite. Poi passò al Genoa, quindi alla Lucchese. Ormai a fine carriera, nel 1937 approdò appunto all’Empoli, che allora si chiamava Dopolavoro Empolese.

Naturalmente si trattava di un calciatore dalla grande esperienza che, seppur nella parte conclusiva della sua carriera, non fece che aumentare il tasso tecnico della squadra, che già disponeva di ottimi calciatori come Carlo Castellani e Hervé Romboli. Era stato nel giro della Nazionale di Pozzo, ma aveva giocato una sola volta (contro la Svizzera nel 1932), venendo relegato principalmente nella Nazionale B.

In quegli anni, come vi abbiamo già raccontato, era molto in voga la figura dell’allenatore-giocatore. E Vojak venne impiegato in questa duplice veste, seppur solo a stagione in corso (sostituì il tecnico Profumo). Quell’anno il Dopolavoro Empolese non ottenne un piazzamento di rilievo in Serie C Girone D, anzi il campionato fu tutto sommato mediocre, terminato a metà classifica. Vojak si disimpegnò bene, soprattutto come calciatore, e chiuse la stagione con 6 gol in 17 partite.

Antonio Vojak a Empoli fonte: www.laziowiki.org

L’anno successivo l’Empoli cambiò nome in Dopolavoro Interaziendale Italo Gambacciani Sezione Calcio. E Vojak venne confermato in panchina, con l’auspicio che un anno in più avrebbe portato miglioramenti significativi in classifica. La speranza – nemmeno poi tanto celata – era quella di accedere alle finali per la B. Dopo un inizio promettente, durante il quale l’Empoli assaggiò il sapore del primato in classifica, ci fu un calo vistoso, dovuto ai tanti infortuni e alla sconfitte nei due scontri diretti contro Ravenna e Molinella.

L’Italo Gambacciani non seppe più rialzarsi ma finì dignitosamente, centrando il quinto posto a pari merito con il Signa. Fu l’ultima stagione di Vojak in azzurro, conclusa con 5 reti in 20 apparizioni. Per lui la carriera di allenatore continuò ancora per una quindicina di anni, guidando Juve Stabia, Napoli, Avellino, Varese, Union Feltre e Carrarese. Morì a Varese il 9 maggio 1975.

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